Associazione Provinciale "Lucanialtrove" Vercelli

Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all'ombra. Dove arriva fa il nido, non mette in subbuglio il vicinato con le minacce e neppure i "mumciupì" con le rivendicazioni.

E' di poche parole. Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione. Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell'allegria dei vicini, dell'esuberanza dei compagni, dell'eccitazione del prossimo.
Lucano si nasce e si resta.
Gli emigranti che tornano dalla Colombia o dal Brasile, dall'Argentina o dall'Australia, dal Venezuela o dagli Stati Uniti, dopo quaranta anni di assenza, non raccontano mai nulla della vita che hanno trascorso da esuli. Rientrano nel giro della giornata paesana, nei tuguri o nelle grotte, si contentano di masticare un finocchio o una foglia di lattuga, di guardare una pignatta che bolle, di ascoltare il fuoco che farnetica. E di uscire all'aurora se hanno un lavoro o un servizio da compiere, uscire all'oscuro per tornare di notte.
Non si tratta di una vocazione alla congiura o alla rapina ma di una istintiva diffidenza verso il sole. Dove c'è troppa luce il lucano si eclissa, dove c'è troppo rumore il lucano s'infratta. Non si fa in tempo a capire questo animale, a fare un passo di strada insieme, che già fugge alla svolta.
Per andare dove? Gli amici che hanno qualche dimestichezza coi lucani hanno capito la strategia, li fanno cuocere nel loro brodo.
C'è un tratto caratteristico dei lucani, un tratto sfuggito ai viaggiatori, da Norman Douglas a Carlo Levi, sfuggito ai benefattori, da Adriano Olivetti a Clara Luce, e forse agli stessi sociologi. Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa.
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La Basilicata

La Basilicata, già Lucania (denominazione assunta dal 1932 al (1947), regione dell'Italia meridionale, compresa tra la Campania a ovest, la Puglia a est e la Calabria a sud. E' bagnata per un breve tratto dal Tirreno (golfo di Policastro) e per un ampio tratto dal mar Ionio (golfo di Taranto); 9.992 km² 611.155 ab. (61 ab. km²). Comprende soltanto due province (Potenza e Matera); 131 comuni (100 comuni nella provincia di Potenza, 31 in quella di Matera). Capoluogo Potenza.

La Basilicata è una regione quasi completamente montuosa. L'idrografia è abbastanza sviluppata, ma i fiumi hanno per lo più carattere torrentizio. Il clima è mediterraneo, con inverni miti ed estati calde (oltre 25 °C).

Dopo la grande emigrazione degli anni Sessanta, si è avuta una ripresa demografica, con un contemporaneo spostamento degli abitanti dalle zone più montuose e meno industrializzate della provincia di Potenza a quelle più pianeggianti della provincia di Matera. Nel settore agricolo, le colture principali restano, soprattutto nel Potentino, quelle dei cereali. Discretamente sviluppata è comunque la produzione zootecnica, nei settori ovino, caprino e bovino.

L'industria, che interessa la regione, si basa fondamentalmente sul settore estrattivo: metano e petrolio. L'attività di queste aziende è comunque da anni in fase statica, con tendenza alla diminuzione. In aumento l'energia elettrica. Il campo manifatturiero è caratterizzato dalla presenza di imprese di piccole dimensioni.

Nell'alto medioevo, la regione fu teatro delle lotte tra i Bizantini, i Goti, i Longobardi e i Normanni. Al 1175 risale il primo documento recante il nome di Basilicata (probabilmente da basilikòs, funzionario bizantino). Passata agli Svevi, la regione si oppose a lungo, nella seconda metà del XIII sec., alla conquista angioina, e sotto il dominio spagnolo, alimentò una ribellione antispagnola ai tempi di Masaniello. La Basilicata entrò a far parte del regno d'Italia dopo la liberazione da parte di Garibaldi (1860). Ma fu allora ch'essa vide esplodere tutti i suoi antichi e violenti contrasti sociali nel fenomeno del brigantaggio. La repressione cruenta del 1861-1865 non venne in alcun modo accompagnata da provvedimenti atti a risanare la situazione ulteriormente aggravatasi, forse più che altrove nel Mezzogiorno, per la concorrenza del Nord industriale. Soltanto nel 1904 una legge speciale per la Basilicata tentò di far fronte ad alcuni dei più urgenti problemi; ma soprattutto dall'emigrazione, che spopolò alcune zone, riuscirono a trarre beneficio le popolazioni della Basilicata. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, fu tra le prime regioni italiane occupate, quasi senza colpo ferire, dagli Alleati.

Le testimonianze più notevoli dell'arte classica della B. sono quelle dei templi dorici di Metaponto, una delle città più importanti della Magna Grecia; in particolare, le colonne superstiti del tempio detto delle Tavole Palatine (VI sec. a.C.). Resti solenni di monumenti romani sono in tutta la regione, aspra e montagnosa. Il primo affermarsi dell'arte cristiana nella B. fu in piccole chiese di origine bizantina, scavate nella roccia; sulle rugose pareti di queste grotte, ignoti pittori dipinsero figurazioni cristiane in modi e forme bizantine. Ma la B. ebbe il suo momento di maggior splendore artistico al tempo dei re normanni e svevi. Si ricordano: la cattedrale di Acerenza, il duomo di Rapolla e quello maestoso di Matera. Il monumento più insigne della zona è però la diruta abbazia della Trinità a Venosa. Notevoli castelli.



Breve storia della Basilicata

Le fonti letterarie antiche ci dicono che i Lucani discendevano dai Sanniti, i quali a loro volta discendevano dai Sabini. Non è specificato però quando le genti italiche di ceppo osco-sabellico si stanziarono in Lucania. Strabone, in un altro passo della Geografia (VI, I, 1) dice che prima dell'arrivo dei Greci non vi erano Lucani nell'area del golfo di Taranto ma vi abitavano Choni ed Enotri. Quando poi i Sanniff divennero più potenti, cacciarono Choni ed Enotri ed installarono in questa zona i Lucani. Nello stesso periodo i Greci cominciarono a colonizzare le coste tirreniche e ioniche cosicchè Greci e popoli italici combatterono a lungo per il possesso di tali zone. L'epoca di questa invasione di genti di ceppo sannitico sembrerebbe dunque contemporanea all'inizio della colonizzazione greca storica dell'Italia meridionale (VIII sec. a.C.). Non dobbiamo però pensare ad una sosfftuzione meccanica e veloce dei Lucani al posto degli Enotri e dell'area geografica in cui erano stanziati.

La testimonianza di Antioco (storico del V sec. a.C.) che "Italo, re degli Itali, rese agricoltori gli Enotri che prima erano nomadi" ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi (Lepore, D'Agostino) che questo passaggio da un'economia pastorale ad una economia agricola ci rimandi molto indietro nel tempo e cioè all'età del bronzo. Ritornando ora ai Lucani, noi sappiamo da Polieno (Stratagemmi, II, 10.2.4) che nel periodo compreso tra il 444 e il433 essi combatterono contro la colonia panellenica di Turi (ex Sibari); da questo momento in poi la storiografia greca deve riconoscere i Lucani come una forza politicamente e militarmente organizzata, capace di minacciare i Greci dell'Italia meridionale. Il IV sec. a.C. fu il momento di massima espansione e unità politica dell'ethnos lucano. Tale fenomeno fu il risultato di una lunga e lenta penetrazione di popolazioni osche, da una parte, e di un altrettanto lungo processo di rapporti - vuoi di ostilità, vuoi di collaborazione - fra le popolazioni indigene e i Greci che abitavano le coste ioniche e tirreniche.


















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